domenica 27 maggio 2018

GRAZIE, COMANDANTE

 
GRAZIE STEFANO PER QUESTO  DONO
Grazie all'Editore
 
 


Finalmente. Dopo alcuni mesi di attesa, la seconda ristampa de l'Aquila ed il Condor memorie di un militante politico di Stefano Delle Chiaie è di nuovo disponibile in libreria ed in rete.

Il libro, di cui consiglio una attenta ed approfondita lettura, in seconda ristampa è edito dalle edizioni Settimo Sigillo per la collana sangue inchiostro.
 
 
Un libro che sarà presentato il prossimo 7 giugno a Roma.
 
Stefano Delle Chiaie ha segnato, nel bene e nel male, trent'anni di battaglia politica nel nostro paese.
 Accusato dei peggiori crimini, strage di Piazza Fontana compresa, ricercato dalle polizie di mezzo mondo, il suo nome viene associato ad alcuni fatti cruenti e misteriosi del passato reccente.
Grazie a l'Aquila ed il Condor il leader di Avanguardia Nazionale fornisce a noi lettori, la sua versione dei fatti, gettando nuova luce su alcuni degli episodi più discussi degli anni sessanta e settanta come il golpe Borghese, la strage del 12 dicembre 1969, la rivolta di Reggio Calabria, il piano per sequestrare Aldo Moro 14 anni prima che lo facessero le Brigate Rosse.
Interessante è la parte del libro dedicata al periodo trascorso da Stefano Delle Chiaie all'estero, dove ha continuato a fare politica, con ruoli di primo piano, fra Sud America, Spagna, Angola Portogallo, nel segno dell'utopia di una rivoluzione terzista.
 
 
La storia italiana del dopoguerra, dopo la perdita della sovranità nazionale, è stata intrisa di complotti, golpi tentati o annunciati, misteri, lotte tra servizi dello Stato, spesso deviati.

Gli stessi anni di piombo ancora non sono stati studiati senza preconcetti, senza speculazioni politiche, senza avere la mente libera da infiltrazioni ideologiche.
Questo libro narra in prima persona, la storia di un militante politico, protagonista del dopoguerra italiano, e non solo italiano. E' la storia di un militante della "parte sbagliata"accusato di tutto, perseguitato in Italia, "esule" in varie parti del mondo, dove ha vissuto il suo esilio da protagonista combattente di una battaglia ideale che rifiutava la logica che la storia è scritta solo dai vincitori o da studiosi politicamente corretti.
 
 
 
 

OGGI A ROVETTA . L'ESEMPIO

 
"Soli quei forti scesero,
onta ai fratelli, in campo"
 
 

 
AI 43 MILITI DELLA LEGIONE TAGLIAMENTO
TRUCIDATI INERMI
IN ROVETTA
IL 28 APRILE 1945
E NEL RICORDO DI TUTTI I CADUTI
PER L’ONORE

ANDRISANO Fernando, anni 22
AVERSA Antonio, anni 19
BALSAMO Vincenzo, anni 17
BANCI Carlo, anni 15
BETTINESCHI Fiorino, anni 18
BULGARELLI Alfredo, anni 18
CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
CAVAGNA Carlo, anni 19
CRISTINI Fernando anni 21
DELL'ARMI Silvano, anni 16
DILZENI Bruno, anni 20
FERLAN Romano, anni 18
FONTANA Antonino, anni 20
FONTANA Vincenzo, anni 18
FORESTI Giuseppe, anni 18
FRAIA Bruno, anni 19
GALLOZZI Ferruccio, anni 19
GAROFALO Francesco, anni 19
GERRA Giovanni, anni 18
GIORGI Mario, anni 16
GRIPPAUDO Balilla, anni 20
LAGNA Franco, anni 17
MARINO Enrico, anni 20
MANCINI Giuseppe, anni 20
MARTINELLI Giovanni, anni 20
PANZANELLI Roberto, anni 22
PENNACCHIO Stefano, anni 18
PIELUCCI Mario, anni 17
PIOVATICCI Guido, anni 17
PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
PORCARELLI Alvaro, anni 20
RAMPINI Vittorio, anni 19
RANDI Giuseppe, anni 18
RANDI Mario, anni 16
RASI Sergio, anni 17
SOLARI Ettore, anni 20
TAFFORELLI Bruno, anni 21
TERRANERA Italo, anni 19
UCCELLINI Pietro, anni 19
UMENA Luigi, anni 20
VILLA Carlo, anni 19
ZARELLI Aldo, anni 21
ZOLLI Franco, anni 16
 
 
 
 
Alle 10 circa il 28 Aprile 1945
 giunsero a Rovetta due autocarri
carichi di partigiani appartenenti
alla brigata "Camozzi" "13 martiri","G.L.".
Un ora dopo,a gruppi di 4 o 5,
 i militi prigionieri
 vennero condotti nei pressi del cimitero e fucilati...

 Furono massacrati 43 militi della Legione Tagliamento
 dopo aver deposto le armi,
 ragazzi tra i 15-22 anni...
 
 
 
 
 
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venerdì 25 maggio 2018

Gli Agnelli e l'aborto

 
Fiat aborto. La famiglia Agnelli dietro le quinte della legge 194
 
In queste ore di celebrazione del quarantennio della 194 ci preme gettare un po’ di luce su qualcosa che il sedicente mondo pro-life italiano ha sempre bizzarramente ignorato. Così come i Rockefeller sono principi indiscussi della necrocultura americana (con l’odio per la riproduzione naturale che si tramandano da una generazione all’altra), anche l’Italia ha la sua famiglia designata, che tanto ha fatto per portare la legge dell’immane massacro degli innocenti nel nostro Paese: questa famiglia si chiama, per ironia onomastica, Agnelli.
Il suo impegno su questo fronte è negletto dagli studi di chi si occupa della materia, anche se ha contribuito attivamente a un sacrificio umano grande più o meno come il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino-Alto Adige e un pezzo di Lombardia messi insieme. Al moloch dell’aborto sono stati sacrificati almeno 6 milioni di innocenti: un’ecatombe che in termini di morti vale almeno 50 Nagasaki.

I Rockefeller italiani
È noto perfino alle cronache mondane come i Rockefeller avessero negli Agnelli un loro pied-à-terre italiano. Non c’è solo una simpatia tra due vecchie dinastie delle industrie pesanti che hanno business complementari (una produce petrolio, l’altra motori a scoppio). E nemmeno ci sono solo le cointeressenze dovute alle comuni, inevitabili frequentazioni dei club globalisti come il Gruppo Bilderberg o la Trilaterale (quest’ultima, come tanta della politica estera sia militare che diplomatica degli USA, nata nei laboratori dei ricchissimi nuovayorchesi).
Qualche storico, come Anthony Sutton, ha pure suggerito che l’unione delle due famiglie portasse a dinamiche mondiali infernali: i Rockefeller, secondo Sutton, sono i veri attori dietro agli investimenti industriali della Fiat in Unione Sovietica. Con il paradosso che i mezzi che uccidevano i soldati americani in Vietnam fossero prodotti grazie ai trasferimenti tecnologici degli americani Rockefeller, che continuarono per decenni. Uno che aveva capito il giochino era probabilmente il deputato nazionalista americano Larry McDonald, acerrimo nemico dei Rockefeller. Egli era casualmente uno dei 269 passeggeri del volo civile Korean Airlines 007, dall’Alaska a Seoul, che Yuri Andropov fece abbattere dai suoi MiG il 1° settembre 1983.
Il “fascino dell’Avvocato”
Ma nel legame tra i due casati c’è molto di più: c’è un fattore, come dire, umano. Quando si chiedeva a David Rockefeller di Gianni Agnelli, al vecchio riccone brillavano le pupille. Era anche lui, come tutta la stampa italiana, vittima della panzana del “fascino dell’Avvocato”. E questo pur essendo infinitamente più abbiente: il Rockefeller, che allo specchio probabilmente scorgeva un paperone nerd, invidiava il playboy italiano e i suoi party scatenati a Nuova York, dove nessun membro della famiglia piemontese era ammesso, con una eccezione: il nipote Lapo. Sì, solo da questo dettaglio si possono capire tante cose…
A quelle feste, le donne, si narra, erano le più belle della terra. Gli uomini presenti erano del calibro di Henry Kissinger, l’onnipotente Segretario di Stato americano ancora oggi vivo e vispo sullo scacchiere internazionale. Kissinger adorava l’Avvocato e tutta la sua stirpe: si racconta che la prima riabilitazione di Lapo, dopo il primo scandaletto con il transessuale, avvenne grazie a Kissinger (presso il quale il giovane Agnelli aveva lavorato), il quale aveva sicuramente buone entrature con tutto un mondo della stampa americana che improvvisamente cominciò a dedicare innumerevoli servizi al rampollo torinese. “Vogue America” dedicò decine di pagine, una cosa mai vista. Anche gli Agnelli hanno amato molto Kissinger, al punto da piazzarlo nel Consiglio di Amministrazione della Juventus.
Kissinger e il Male americano
Ma, venendo a noi, Kissinger è soprattutto l’uomo del NSSM-200, il Memorandum per il quale l’America stabiliva che per continuare il suo dominio sul globo doveva far crollare la popolazione mondiale. Per questo, veniva stabilito che i Paesi del Terzo Mondo che non accettavano le politiche di riduzione delle nascite dovessero essere privati di aiuti economici.
Quando la cosa venne a galla, anche grazie al lavoro della forza politica di Lyndon Larouche che giustamente vedeva in Kissinger l’apoteosi del male, in realtà non successe niente. Kissinger continuò a godersi i suoi party e le partite della Juve, e a dispensare i suoi servigi con il suo studio di consulenze miliardarie.
Questa tendenza americana a subordinare gli aiuti alla perversione sessuale e agli infanticidi, del resto, è ancora viva nei nostri anni. È il caso della Nigeria del precedente presidente Jonathan Goodluck, cui venne proposto dagli sgherri di Obama di fare un cambio interessante: se avessero accettato di decriminalizzare l’omosessualità e permesso le nozze di Sodoma, gli americani avrebbero fornito loro le immagini satellitari delle postazioni dei terroristi islamici di Boko Haram. Altrimenti, beccatevi le bombe nelle chiese la domenica e state zitti.
Aurelio Peccei, un uomo Fiat al Club di Roma
Ma torniamo agli Agnelli. Preme raccontare come essi furono i grandi protettori di un enigmatico personaggio torinese. Costui fu centrale nel lancio dell’idea di depopolazione terrestre in tutto il secondo Novecento. Egli fu altresì un grande motore di quelle tendenze che potevano essere ancillari in questa mostruosa guerra contro l’uomo: l’ecologia, per esempio.
Stiamo parlando di Aurelio Peccei. Peccei era uomo Fiat. Egli è la persona che più di ogni altra si è dedicata, su scala internazionale, alla diffusione del mito apocalittico moderno della “bomba demografica” (quella che oggi viene propalata fin dentro il Vaticano che invita Paul Ehrlich) e dei “Limiti dello sviluppo”, titolo di uno studio del MIT che egli finanziò: questo è esattamente il cominciamento di tutto il sentire mondiale per cui le risorse sono limitate e l’uomo va svalutato, altrimenti si finisce come quei bambini africani magrissimi con la pancia gonfia.
Fu Peccei, sempre con il sostegno Agnelli e Rockefeller, a dar vita al Club di Roma, antesignano di tutti i consessi tra potenti della terra, creato presso l’Accademia dei Lincei alla Farnesina il 7 aprile 1968 con la sponsorizzazione diretta della Fondazione Agnelli.
Susanna Agnelli e le prove tecniche di aborto
Ma senza andare a scandagliare la sinistra figura di Peccei, che aveva sicuri appoggi massonici in Sudamerica e finanche in Asia, basti pensare l’impegno politico degli Agnelli già visibile in superficie. Il tema del feticidio fu impugnato dalla famiglia stessa. Nel 1976, cioè due anni prima che arrivasse la 194, la deputata del Partito Repubblicano Italiano (notoriamente, il partito della massoneria) Susanna Agnelli chiese al Ministro della Sanità l’autorizzazione all’aborto per le madri di Seveso, cioè quelle donne incinte al tempo del disastro chimico che colpì la cittadina lombarda.
La richiesta della Agnelli, ovviamente, si univa a quella della deputata radicale Emma Bonino. È profondamente ingiusto vedere come oggi il mondo pro-life si scagli quasi unicamente contro la radicale che praticava gli aborti con la pompa da bicicletta e non contro l’infanta industrialista.
Per l’Agnelli, insomma, questa anteprima nazionale del feticidio di Stato doveva farsi per forza. La diossina di Seveso era un’occasione troppo ghiotta. Il Ministro De Falco concesse la deroga, non prima di aver avuto il placet del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, il cattolico che due anni dopo avrebbe firmato la legge genocida 194.
Gli aborti invocati dalla Agnelli vennero operati alla clinica Mangiagalli di Milano e al nosocomio Desio. Furono fatti degli studi sui poveri resti dei bambini massacrati. All’epoca una vita valeva davvero qualcosina di più: oggi a Liverpool, per fare un esempio a caso, l’autopsia la negano perfino a un bambino di due anni. I resti degli aborti furono inviati in un laboratorio di Lubecca, in Germania, per essere analizzati; nella relazione stilata nel 1977 dai tedeschi si dice che in nessuno di quei resti umani fosse evidente un segno di malformazione.
Altre donne di Seveso portarono a termine le loro gravidanze senza problemi. I loro figli, che vivono tutt’oggi, non mostrarono segni di malformazioni evidenti. Qualcuno magari sta pure leggendo queste righe.
Il disastro di Seveso non fu altro che il casus belli necessario all’avvento della legge 194. Il ruolo centrale degli Agnelli nell’ecatombe che ne seguì è quindi da non sottovalutare. Essi non facevano altro che viaggiare su di una linea tracciata nei decenni dai loro soci Rockefeller, e teorizzata scientificamente dal loro uomo Aurelio
Peccei.
Anche per questo, dobbiamo comprendere come la famiglia Agnelli sia un pericolo per questo Paese. Nella politica, nei giornali e perfino nel calcio, il loro nome incute ancora oggi timore e sudditanza psicologica. Ma va da sé, a loro tutto è permesso. Hanno aiutato il Male a portare l’aborto in Italia. Diciamo che sono stati ampiamenti premiati. Io però continuo a credere che una punizione arriverà, anche prima che venga il giudizio vero.
Autore Roberto Dal Bosco

FONTE: http://www.arcsanmichele.com/index.php/principi-non-negoziabili/48-vita/10847-fiat-aborto-la-famiglia-agnelli-dietro-le-quinte-della-legge-194

martedì 22 maggio 2018

22 MAGGIO 1978: L'ITALIA LEGALIZZA L'OMICIDIO

 
Con la Legge 22 maggio 1978, n.194 l'aborto non è più reato
 
MA QUALCUNO NON CI STA .
NEMMENO NOI
 
Marcia per la vita, prolife in corteo a Roma contro eutanasia e legge 194: “Aborto? È omicidio, carcere per donne e medici”
 
Dedicata ad Alfie Evans, si è svolta il 20 maggio l’ottava Marcia per la Vita la manifestazione antiabortista che ha portato migliaia di persone da tutta Italia a sfilare nel centro di Roma.
In testa del corteo anche Giorgia Meloni presidente di Fratelli d’Italia “La marcia di oggi è dedicata ad Alfie Evans il bambino al quale abbiamo fatto avere la cittadinanza italiana perché i suoi genitori fossero liberi di continuare a curarlo al Bambin Gesù a Roma perché rifiutiamo una società che decide deliberatamente di non curare un neonato contro la volontà dei genitori”.  I
manifesti che paragonavano l’aborto al femminicidio tolti dalla Raggi? “Penso che ognuno sia libero di esprimere la propria opinione – afferma la Meloni – non esiste la censura di Stato e qualcuno deve dire al sindaco Raggi che non è che se uno diventa sindaco può liberamente stabilire chi possa o non possa dire qualcosa sui muri della città al di là dei contenuti dei manifesti”.
In rappresentanza del sindaco di Verona anche il consigliere comunale e deputato della Lega Vito Comencini. “Condividiamo i valori di questa marcia in favore della vita fin dall’inizio quindi anche contro l’aborto”. Foto di feti abortiti cartelli che dicono “la vita è sacra” e che denunciano che ci sono stati oltre 5 milioni di aborti dal 1978 ad oggi oltre al manifesto che afferma che “L’aborto è la prima causa di femminicidio”, fatto rimuovere dai muri della Capitale dalla sindaca di Roma Virginia Raggi, sono i grandi protagonisti della manifestazione. “L’aborto è un omicidio” dicono i manifestanti. Moltissimi prelati e gruppi religiosi partecipano alla marcia tra cui mons. Luigi Negri Arcivescovo di Ferrara e Comacchio e il Cardinale Raymond Burke entrambi noti per rappresentare la corrente più tradizionalista della Chiesa e spesso in disaccordo con Papa Francesco.
La marcia si è tenuta a pochi giorni dal quarantesimo anniversario della promulgazione della legge 194 che ha legalizzato l’aborto in Italia nel 1978.


FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/20/marcia-per-la-vita-prolife-in-corteo-a-roma-contro-eutanasia-e-legge-194-aborto-e-omicidio-carcere-per-donne-e-medici/4368258/

domenica 20 maggio 2018

GRAZIE, UMBERTO...

 
 
SALVATORE UMBERTO VIVIRITO
20-12-1955---21-05-1977
CADUTO SUL CAMPO DELL'ONORE
 
 
 
 
 
 


Milano 19.05.1977 - Durante il periodo degli anni di piombo, a Milano, vi fu un luogo, Piazza San Babila, considerato l’avamposto del neofascismo milanese. Da lì, per i militanti, il nome di “Sanbabilini”. Il richiamo, fu soprattutto per le caratteristiche storiche. Infatti, la Piazza, era costruita in larga parte da architetture risalenti agli anni trenta in piena epoca fascista. Una nuova generazione, che, pur mantenendo un minimo legame con il Movimento Sociale Italiano, decise di seguire la strada della piazza. Alcuni bar furono utilizzatati come sede organizzativa. Lo zoccolo duro era formato da Gianni Nardi, Rodolfo Crovace, Giancarlo Esposti e soprattutto Salvatore Umberto Vivirito. Tutti simpatizzanti e molto vicini ad Avanguardia Nazionale e poi Ordine Nuovo. Salvatore Vivirito, protagonista in numerose attività politiche e non, fermato e arrestato più volte dalla Polizia, fu uno degli elementi, insieme a Esposti, che nel maggio 1974 tentarono di organizzare il famoso golpe in tenda. I quattro, per evitare l’arresto, decisero di fuggire verso l’Italia centrale. Dopo vari spostamenti giunsero, per sentieri tortuosi, nella provincia di Rieti, a Pian del Rascino. Piantarono le tende e cercarono di elaborare le strategie per il golpe. Dopo alcuni
giorni, Esposti, prima di raggiungere Roma per acquistare altre armi e cartine particolareggiate di Pian del Rascino, lasciò sulla strada statale 17 Salvatore Vivirito, che, tra autostop e treni, riuscì a tornare in tempo a Milano per firmare il registro dei sorvegliati speciali. Fu il loro ultimo incontro. L’accampamento fu individuato dai carabinieri e durante l’arresto ci fu un conflitto a fuoco dove perse la vita proprio Esposti. Stessa sorte, tre anni dopo, 19 maggio 1977, per Salvatore Vivirito, durante una rapina per autofinanziamento, rimase ucciso da un colpo di pistola esploso però dal proprietario di una gioielleria a Milano.

IL LUOGO DEL FERIMENTO DI VIVIRITO

In ricordo del Camerata Vivirito, 
volantino da lui creato con la complicità di altri camerati di Avanguardia, 
che nel  1977 attaccò sulla saracinesca della macelleria del padre di un camerata

MILANO 6 DICEMBRE 1972
Avanguardia Nazionale sola contro la reazione marxista e borghese

I militanti Nazional Rivoluzionari : Umberto Vivirito, Alessandro D'Intino, Riccardo Manfredi e Michele Rizzi, furono aggrediti in via Torino da una moltitudine di picchiatori, rampolli della borghesia della cosiddetta Milano bene.
Gli Avanguardisti si difesero con valore fino allo stremo.
Riccardo Manfredi si comporto' da leone in soccorso dei camerati .
La stampa del sistema, spudoratamente scrisse ' di vile "aggressione fascista"
Una masnada inferocita contro quattro "Leoni" !
I camerati feriti e malconci furono arrestati e rinchiusi nel carcere di San Vittore, seppur minorenni.
Radunai i militanti Milanesi di A.N. ed organizzai una protesta dinanzi a San Vittore. Giancarlo Esposti in quel periodo era "ospite" di San Vittore.
Con gli altri camerati richiusi esposero uno striscione con la Runa di Othal.
AVANGURDIA VIVE !

P.S.
(L'unico nostro organo e strumento d'informazione, era un vecchio Ciclostile...)







 










24 MAGGIO 1967 " LA STAMPA"
Manovale del terrorismo
"E' morto portandosi dentro molti segreti di una vita violenta : Salvatore Vivirito detto "Umberto", 22 anni, manovale del terrorismo fascista, magliaro invischiato nel giro dei trafficanti d' armi, dei tramisti neri, degli attentatori. Preso dagli uomini della Mobile venerdì 20 maggio con una pallottola in corpo è spirato in ospedale dopo una operazione chirurgica che pareva riuscita, prima che il magistrato inchiodarlo alle responsabilità di un assassinio. "Umberto" aveva una ferita al torace. Interrogato disse che era stati "avversari politici" a sparagli contro. Ha negato fino all' ultimo poi è morto. I molti segreti e le molte verità che Vivirito si porta nella tomba lo riguardano direttamente, da quando aveva 16 anni e scelse la strada della violenza, legandosi al mondo lombardo dei fascisti. " Comitato Tricolore", "Avanguardia Nazionale", "Squadre d' azione Mussolini", Mar di Carlo Fumagalli. Passo per passo aveva percorso la strada di manovale, ripagato dal denaro facile: vestiti, motociclette potenti, armi a volontà. I rischi erano grossi ma Salvatore li affrontava con apparente indifferenza: in un modo o nell' altro ne usciva (...). Vivirito era nel giro dei Sanbabilini, conosceva i bombardieri della Valtellina, i neofascisti di Brescia (...).
Chiude la cartellina, non va oltre: giornalisti schifosi.
(Tratto da Indian Summer '70 - c' era una volta San Babila )
 







  






 
 
 
 
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