mercoledì 21 febbraio 2018

A MASSIMO URSINO: TU SEI UN MIO CAMERATA

 
 
 
Facciamo Nostre le Parole che vengon dal Cuore
Le Parole di Maurizio Boccacci
Quelle Parole che ogni Camerata
degno di tal Nome
dovrebbe sottoscrivere
 
 
A MASSIMO URSINO
NON LA PENSO COME TE SUL VOTARE
MA SEI UN MIO CAMERATA
NON SONO UN MILITANTE DI FORZA NUOVA
MA SEI UN MIO CAMERATA
NON CONDIVIDO ALCUNI PENSIERI E STRATEGIE DEL MOVIMENTO DI CUI FAI PARTE
MA SEI UN MIO CAMERATA...
CON IL MOVIMENTO IN CUI MILITI E CON IL TUO SEGRETARIO CI SIAMO CRITICATI ANCHE DURAMENTE
MA TU SEI UN MIO CAMERATA
TI HANNO AGGREDITO IN MODO INFAME
 E IL TUO SANGUE E' IL MIO PERCHE'
TU SEI UN MIO CAMERATA
NON TI CONOSCO PERSONALMENTE MA CIO' NON IMPORTA PERCHE' COMUNQUE SEI UN MIO CAMERATA
CI PUO' DIVIDERE UNA VISIONE DI PENSIERO MA IL CUORE CI UNISCE PERCHE' SIAMO CAMERATI AL DI LA'
DELL 'APPARTENENZA DI UN MOVIMENTO !
A TE MASSIMO
VA TUTTO IL MIO SOSTEGNO E LA MIA SOLIDARIETA',
A TE E A TUTTI I CAMERATI DI FORZA NUOVA
CHE LOTTANO PER I PROPRI IDEALI ,
DIMOSTRANDO ORGOGLIO E CORAGGIO !
TI ABBRACCIO MIO CAMERATA E AUGURANDOTI UNA PRONTA GUARIGIONE TI PROMETTO CHE NULLA RESTERA' IMPUNITO !
 
 
 
ONORE A TE GIOVANE COMBATTENTE
A VOI INFAMI SCIACALLI DICO SOLO :
NULLA RESTERA' IMPUNITO
I NOSTRI FRATELLI NON SI TOCCANO !!!
 
 
 

martedì 20 febbraio 2018

L'ORIGINE DELLA LEBBRA MORALE NELLA CHIESA CATTOLICA

Fanno a gara per sdoganare la "sodomia" ? Ci si chiede da dove venga la lebbra morale che sta sfigurando la Chiesa cattolica, la sua dottrina e la sua azione pastorale. Don Enrico Chiavacci e la stagione dei "cattivi maestri"

Ci si chiede da dove venga la lebbra morale che sta sfigurando la Chiesa cattolica, la sua dottrina e la sua azione pastorale; e, in maniera particolare - perché è ormai all’ordine del giorno - da dove venga la sua conclamata omoeresia: con il vescovo di Anversa, Bonny, che va chiedendo, da molto tempo, una qualche forma di unione “sacramentale” anche per le coppie omosessuali; il gesuita Martin che va predicando che gay è bello e che la Chiesa è, ed è sempre stata, piena di gay, santi compresi; con monsignor Paglia che fa celebrare l’apoteosi dell’omoerotismo nel blasfemo affresco del duomo di Terni, insozzando anche l’immagine del nostro divino Redentore, e non tralasciando di far raffigurare se stesso, a futura infamia, in mezzo alla massa dei sodomiti e dei transessuali avvinghiati gli uni agli altri; e con il prete don Carrega che, a Torino, organizza corsi per “fidanzati” gay, allo scopo di insegnar loro quello che la legge Cirinnà si è dimenticata di stabilire: il dovere della fedeltà reciproca fra i contraenti dell’unione.  E senza dimenticare il cardinale Schönborn, che, a Vienna, invita il transessuale Conchita Wurst a tenere concioni nella storica cattedrale di Santo Stefano; e il presidente della Conferenza episcopale tedesca, Marx, che auspica caldamente, come Bonny, un sollecito riconoscimento da parte della Chiesa per questo tipo di coppie, senza astenersi dal polemizzare aspramente coi suoi colleghi che non condividono tale proposta, a cominciare dal cardinale Josef Cordes. E il ritornello è sempre lo stesso: lo vuole il papa; come ha detto, appunto, il cardinale Marx, su questo argomento, fin dal 2015: Non possiamo guardare indietro, Bergoglio ci chiede cose nuove. Bellissimo, questo “chiedere ai fedeli cose nuove” da parte del papa: una volta si diceva: dobbiamo ascoltare Gesù, l’appello di Gesù, la chiamata di Gesù; oggi si dice: dobbiamo seguire Bergoglio; lo dice Bergoglio; lo vuole Bergoglio. Insomma, il papa è meglio di Dio, del Dio cattolico. Naturale: non è stato proprio Bergoglio a dichiarare che Dio non è cattolico, aggiungendo, per buona misura (e poi dicono che viene male interpretato!), non il mio, comunque? Non c’è male, per un papa che, al principio del suo pontificato, non voleva nemmeno chiamarsi ed essere chiamato papa, ma si definiva sempre e solo “il vescovo di Roma”. Non c’è male davvero: si direbbe che Dio sia lui, a tutti gli effetti; Gesù Cristo rimane sullo sfondo. E anche questo, in effetti, è un passaggio naturale: se la Chiesa è cambiata, e a cambiarla è stato soprattutto lui, cosa che del resto ha dichiarato fin dal principio, con la precisa volontà di “attuare” sino in fondo la svolta del Concilio (ed era stata la ragione della sua elezione), così doveva essere: perché la Chiesa pre-conciliare, ormai vecchia e obsoleta, faceva perno su Gesù Cristo, ma la Chiesa di oggi fa perno sul papa, e il papa è Bergoglio. Peraltro, questa deriva personalista e ultra-demagogica era cominciata, guarda caso, proprio con Giovanni XXIIII, il papa del Concilio, che è passato alla storia come “il papa buono” (si vede che gli altri, prima di lui, erano così così), il papa delle carezze ai bambini (anche se non ha mai carezzato un solo bambino; ha solo detto di farlo, ai papà, parlando alla radio), ed è stata eccezionalmente implementata da Giovanni Paolo II, che, di teatralità e di narcisismo, è stato un autentico campione, a suo modo un genio della comunicazione, compresa la discutibilissima trovata dei papa boys, le cui adunate mastodontiche degenerano con molta facilità in qualcosa di simile a delle orge sessuali o a dei baccanali che nulla hanno di spirituale.
 
Bergoglio: il (falso) papa che è meglio di Dio, del Dio cattolico !
 
Dunque, ora le cose sono arrivate a questo punto: siamo immersi nella sozzura; la Chiesa cattolica è sprofondata nel pantano disgustoso della celebrazione della sodomia come un fatto lecito, naturale  e degno di auguri e benedizioni, come appunto Bergoglio ha fatto sia di persona, ricevendo in pompa magna dei suoi amici argentini, sodomiti conclamati, sia inviando da lontano la sua apostolica benedizione a una coppia gay del Brasile e ai suoi tre bambini adottivi, cose se fosse la cosa più naturale e più carina di questo mondo. Davanti a una esplosione così repentina, ci si chiede come tutto ciò sia potuto accadere, da dove sia partita la lebbra, visto che l’albero si riconosce dai frutti: l’albero buono non può dare frutti cattivi, né l’albero cattivo, frutti buoni. Ebbene, anche la risposta a questa domanda è sempre la stessa: dal Concilio Vaticano II e dall’immediato dopo-Concilio: è allora, negli anni ’60, e poi ‘70, del secolo scorso, che si sono messe apertamente in movimento le forze dissolutrici che ci hanno condotti alla situazione presente. Certo, allora i neoteologi della “svolta antropologica”, per non parlare dei vescovi e dei cardinali, non parlavano ancora, in maniera così esplicita e scandalosa, di riconoscere le coppie omosessuali e di creare per loro un apposito “sacramento” (e infatti, neppure oggi osano adoperare questa parola); però le premesse c’erano già tutte, per il semplice fatto che l’opera di quei teologi, rivoluzionaria e distruttrice, fu, essenzialmente, quella di negare l’esistenza di una morale oggettiva e, anzi, di negare una qualsiasi morale che trascenda l’orizzonte della coscienza individuale, smentendo così frontalmente millenovecento anni di teologia cristiana, e senza che il Magistero dei pontefici sia mai intervenuto per smentirli, per correggerli, per rettificare e precisare le loro affermazioni, per porre dei limiti alle loro pazzie. Il che conferma, purtroppo, la nostra analisi, che tutti i papi del dopo Concilio, in misura maggiore o minore, devono, come minimo, essere considerati complici o conniventi della deriva ereticale ed apostatica che oggi sta raggiungendo il culmine; mentre l’ipotesi massima è che furono eletti precisamente per portare la Chiesa in tale direzione, e che lo fecero deliberatamente e scientemente, il che significherebbe che il collegio dei cardinali, dal 1958, è passato stabilmente nelle mani della massoneria ecclesiastica, nemica occulta, ma giurata, della vera Chiesa di Gesù Cristo (cfr. i nostri precedenti articoli: I padri (ig)nobili della neochiesa omoeretica; E i papi del post-concilio, che pensare di loro?; e Il Magistero degli ultimi 50 anni è autentico?, tutti pubblicati sul sito dell’Accademia Nuova Italia, rispettivamente il 07/02, l’08/02 e il 09/02/2018).
Uno di questo precursori, chiamiamoli così, della deriva omoeretica è stato don Enrico Chiavacci (Siena, 16 luglio 1926-Ruffignano, Firenze, 25 agosto 2013), il quale è passato alla storia – come si legge nella sua “voce” biografia su Wikipedia – nientemeno che come uno dei massimi teologi morali italiani del secondo Novecento, soprattutto nei temi dell’etica sessuale, della giustizia sociale e della pace. Ebbene: Chiavacci è stato uno dei massimi responsabili teorici della presente deriva verso l’accettazione, tacita e implicita, da parte di ampi settori della chiesa, della cosiddetta ideologia gender, in base alla quale i due sessi, maschile e femminile, non sono un dato biologico e psichico di natura, ma ad essi bisogna preferire la nozione di “orientamento sessuale”, liquida e mutevole, per cui ogni persona, fin da bambino, deve essere incoraggiata a scoprire in se stessa quale sia il “vero” orientamento sessuale, che può essere altalenante, e che, comunque, rifiuta decisamente la netta differenziazione sessuale come un dato di natura. E questi bellissimi insegnamenti, don Chiavacci li spargeva a piene mani fin dagli anni Sessanta del ‘900, sulla scia, appunto, del gioioso e “liberatorio” evento conciliare. Come ha ricordato Giorgio Maria Carbone in un articolo del 09/0/2013, Il magistero parallelo dei teologi italiani, pubblicato su Il fumo di Satana, il nucleo della concezione antropologica di don Chiavacci è che la vera natura dell’uomo è quella di non avere una propria natura. Ed ecco due perle illuminanti di tale concezione: la prima si trova nel Dizionario enciclopedico di teologia morale, a cura di L. Rossi e A. Valsecchi (alla voce Legge naturale; Edizioni Paoline, 1973, p. 491), la seconda in un articolo apparso sulla Rivista di teologia morale, 2010, p. 474, intitolato: Omosessualità: un tema da ristudiare), a riprova del fatto che don Chiavacci non solo non ebbe ripensamenti, ma vide benissimo dove conducevano le sue posizioni iniziali e, nondimeno, proseguì imperterrito e assolutamente coerente lungo quella strada, fino a rimettere apertamente in discussione il Magistero della Chiesa sulla questione dell’omosessualità, secondo la pessima abitudine, invalsa proprio in quegli anni, per cui i teologi progressisti non esitano a porsi come coloro i quali avrebbero il diritto, in quanto “tecnici” e maggiormente “esperti” di certi problemi, di segnare la strada della pastorale, e della stessa dottrina, sottraendola, di fatto, all’autorità dei vescovi e dello stesso pontefice, e, non di rado, allontanandola dal solco del Deposito della fede, cosa evidentemente del tutto illegittima.
 
L’uomo non è definibile se non come colui che tende verso, che ha il compito di scegliere se stesso e il proprio cammino di autorealizzazione. La vera natura dell’uomo è il non aver natura. In queste condizioni dedurre dalla natura umana precetti operativi descrivibili e imponibili dall’esterno, dal filosofo, dal sovrano, dallo stesso Magistero ecclesiastico è impensabile. (…)
Quando si parla di natura e per conseguenza di legge naturale occorre sempre tener presente che la natura non è un dato fisso e immutabile valido per tutti e per sempre: è un dato che varia e varia per due motivi. Varia costantemente, anche se in modo impercettibile, con l’evoluzione continua della specie nelle varie aree ambientali e culturali in cui la specie umana sussiste. Varia però anche da individuo a individuo nelle complesse strutture cerebrali e nella loro interazione che oggi la scienza comincia a comprendere e indagare.
 
Cattivi maestri? Precursore della deriva omoeretica: don Enrico Chiavacci, che insegnava filosofia e teologia a Firenze, sia nel Seminario che presso la Facoltà teologica
 
A parte l’omaggio, quasi puerile nel suo candido fideismo, alla “scienza” intesa un senso positivista e ottocentesco, cioè come un assoluto (stiamo parlando dell’anima, dopotutto, signor teologo!), e a parte l’accenno al concetto della “complessità”, che tanti abusi dottrinali oggi sta veicolando, a cominciare dalla morale sottesa ad Amoris laetitia, che ben si potrebbe definire una morale della situazione, mentre noi credevamo che la morale cattolica fosse una morale assoluta, senza “se” e senza “ma”, è impressionante l’analogia di ragionamento con i teorici della odierna teoria gender. L’uomo, e ovviamente la donna, non si sa cosa siano: sono ciò che decidono di essere. Questo concetto può essere accettato solo con una essenziale precisazione, che qui, però, non compare affatto: ossia che la libertà dell’uomo, per il cattolico, coincide con il suo dover essere. In altre parole, è vero che l’uomo può scegliere di essere qualsiasi cosa, ma una sola è la scelta che veramente lo realizza, e cioè quella che lo conduce verso Dio; tutte le altre sono illusorie, ingannevoli e, in ultima analisi, fallimentari. Dal fatto della indeterminatezza dell’uomo, che scaturisce dalla sua libertà – cosa, questa, che non viene nemmeno accennata – Chiavacci ricava, arbitrariamente, che la morale è sempre relativa e sempre soggettiva, e nega che esista una legge morale naturale; così come nega, implicitamente, che la legge morale naturale sia un riflesso della legge divina. In altre parole, si “dimentica” che anche la natura è opera di Dio; e quindi, complessità o non complessità delle strutture cerebrali (e quindi con buona pace di tutti gli evoluzionismi, darwiniani o non darwiniani), si dimentica che negare la legge morale naturale è la logica premessa per negare la legge morale divinamente rivelata. E quando dice, chiaro e tondo, che è “impensabile” che il Magistero ecclesiastico imponga la sua legge dall’esterno dell’uomo, dice una cosa scorretta, oltre che non cattolica, perché il Magistero non “impone” un bel nulla dall’esterno, ma richiama l’uomo a quella legge che è già presente dentro di lui, prima ancora di essere illuminata e perfezionata dalla divina Rivelazione.
Enrico Chiavacci insegnava filosofia e teologia a Firenze, sia nel Seminario che presso la Facoltà teologica, e pubblicava i suoi libri con le case editrici cattoliche, ma il suo insegnamento non era cattolico: è uno dei paradossi della “nuova teologia”, che potremmo ricondurre all’osservazione di Paolo VI: un pensiero non cattolico si è insinuato nella Chiesa cattolica. Se entrano in contrasto con le verità insegnate da duemila anni dal sacro Magistero, i teologi come don Chiavacci non dubitano nemmeno per un istante che sia il Magistero a doversi adeguare alle loro “conquiste”, non loro ad esso: perché si sentono portati, col vento un poppa, dalla corrente del progresso, e quindi sono convinti di essere il futuro del cristianesimo. Nel suo libro Morale della vita fisica (titolo che è già un voluto ossimoro; Bologna, Edizioni Dehoniane, 1979, p. 15) egli sostiene che, delle tre direttrici principali della vita morale: l’integrità della propria vita, quella della vita altrui e la lotta contro la degradazione biologica, solo sul secondo punto si può dire con certezza che non si può disporre della vita altrui, mentre nel primo e nel terzo caso, quanto alla propria, il discorso rimane aperto a ulteriori discussioni e sviluppi. Come non vedere che sia il suicidio, sia l’eutanasia, sia l’aborto, trovano in questo dichiarato possibilismo il loro spiraglio iniziale, a partire dal quale iniziare la loro trista cavalcata nella teologia contemporanea, fino alle aberrazioni dei nostri giorni? Qui ci sono, in nuce, le successive performances di don Gallo, don Carrega, del cardinale Marx, del gesuita Martin, dell’arcivescovo Paglia - uno dei più stretti consiglieri di Bergoglio - e di tutti gli altri membri del neoclero che ora fanno a gara per sdoganare la sodomia e derubricarla dall’elenco dei peccati mortali. Sì, bisogna pur dirlo: quella di Chiavacci è stata la stagione dei cattivi maestri...
 
Autore Francesco Lamendola
 

LA VELOCITA', SCHIAVISMO DEL TERZO MILLENNIO



Immagine correlata
 
 
Amazon e il mito della velocità

Il braccialetto brevettato da Amazon non è che l’ultima estremizzazione del dogma della velocità. Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, vuole monitorare i suoi lavoratori e le loro mani in ogni singolo movimento con un braccialetto da far indossare ai suoi dipendenti, in grado di emettere ultrasuoni o vibrare in caso di errore per rendere più veloce la ricerca dei prodotti stoccati nei magazzini. Del resto, braccialetto o no, esiste già un “passo Amazon” con obbiettivi di smistamento da due pacchi al minuto, tempi contingentati per andare in bagno e una catena di montaggio controllata dal primo all’ultimo minuto. Amazon non è che l’emblema di uno dei più devastanti totem della modernità: la velocità appunto.
   Immagine correlata
 
 
La vecchiaia cambia le abitudini, si sa. Andavo a letto tardissimo e mi alzavo a mezzogiorno. Adesso vado a letto sempre tardi, anche se un po’ meno, ma spesso mi alzo un pochino prima dell’alba. Mi siedo nel soggiorno e davanti alla finestra, sul grande viale della Liberazione che congiunge il nuovo quartiere-Manhattan con la Milano anni Cinquanta o fascista, vedo lunghe file di macchine i cui fari splendono nel buio del mattino che sta iniziando. Al volante c’è, in genere, una sola persona, uomini e, in misura minore, donne. I tram non sono zeppi come quando ero bambino, ma in ogni modo ci sono parecchi passeggeri, alcuni in piedi attaccati al corrimano. Il grosso viaggia sottoterra, in metropolitana. Altri stanno arrivando in treno dall’immenso hinterland e da quella che si chiama la ‘città metropolitana’. E’ tutta gente che va a lavoro.
Mi colpisce come, in soli due secoli e mezzo, ci siamo fatti ridurre a “schiavi salariati”. Nei ‘secoli bui’ l’uomo, contadino o artigiano che fosse, disponeva del suo tempo. Per essere più precisi: il suo tempo, i suoi tempi dipendevano dalle esigenze della vita, non erano dettati da un imprenditore e dalle regole stabilite dalla società. Noi oggi, senza nemmeno tanto accorgercene, siamo diventati delle merci in movimento, i cui tempi sono contingentati, regolati fino al più piccolo gesto. Non siamo più nemmeno uomini ma oggetti.
E’ stato un lungo processo. Fra il XVII e il XVIII secolo si compie in Europa un capovolgimento di portata copernicana: si passa da un’epoca in cui l’economia è ancora subordinata alle esigenze della comunità umana a un’altra in cui le leggi economiche prendono liberamente il sopravvento ed è l’uomo a doversi piegare a esse. Le leggi economiche vengono considerate, né più né meno, come leggi di natura, ineluttabili, alle quali è inutile cercare di opporsi, che bisogna anzi assecondare per evitare guai peggiori di quelli che si vorrebbero evitare. Si impone, come afferma Dijksterhuis “la meccanizzazione della concezione dell’universo”. Si comincia, grazie anche al prepotente affermarsi del denaro (“la tecnica che unisce tutte le tecniche”, Simmel) a valutare l’esistente in termini matematici, contabili, quantitativi. La terra, prima inalienabile, e l’uomo, le sue energie, diventano merce. Prima della Rivoluzione industriale che porterà a compimento il primato assoluto dell’economia, l’uomo non era considerato una merce. Il signore, il maestro artigiano, il padrone della bottega non considerano i propri dipendenti una merce né essi si sentono tali. I rapporti sono talmente intrecciati, complessi e personali che il valore economico delle reciproche prestazioni ne rimane inglobato e non può essere enucleato. Il feudatario può considerare il servo casato addirittura una sua proprietà, ma sempre come persona, non come cosa, oggetto, merce. L’attività del dipendente è incorporata nella sua persona. E il lavoro non è una merce perché è impossibile staccarlo da chi lo fa e oggettivarlo.
Agli inizi dell’era industriale i tempi del lavoro, cioè dell’energia umana diventata merce, cominciano a essere conteggiati, contabilizzati, controllati fino al secondo, anche perché l’operaio deve adattarsi al ritmo della macchina. Si arriva al cronometraggio e all’analisi dei tempi. Nascono mestieri mostruosi: il cronometrista e l’aiutocronometrista che verificano i tempi di lavoro dei compagni. In seguito si inventeranno macchine non meno mostruose come il cronociclografo, un incrocio fra un orologio registratore ad altissima precisione e il cinema, che permette di studiare i tempi e i movimenti, anche minimi, del lavoratore mentre compie ogni singola operazione. La velocità del lavoro diventa un dogma (“il tempo è denaro”) bisogna abbattere i “tempi morti”. E’ il taylorismo.
Il braccialetto brevettato da Amazon non è che l’ultima estremizzazione del dogma della velocità. Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, vuole monitorare i suoi lavoratori e le loro mani in ogni singolo movimento con un braccialetto da far indossare ai suoi dipendenti, in grado di emettere ultrasuoni o vibrare in caso di errore per rendere più veloce la ricerca dei prodotti stoccati nei magazzini. Del resto, braccialetto o no, esiste già un “passo Amazon” con obbiettivi di smistamento da due pacchi al minuto, tempi contingentati per andare in bagno e una catena di montaggio controllata dal primo all’ultimo minuto. Amazon non è che l’emblema di uno dei più devastanti totem della modernità: la velocità appunto. Tutto deve essere veloce, andare veloce, sempre più veloce, ancora più veloce. I vecchi se ne accorgono più facilmente perché non riescono a tenere il passo, sono inesorabilmente superati. Ma anche generazioni più giovani, sempre più giovani, arrancano.
Ma la velocità non è solo un problema individuale e sociale, è una questione che investe tutto il mondo occidentale e i Paesi che hanno adottato o stanno adottando il suo modello di sviluppo.
Dove ci porteranno il dogma, il mito, la pratica della velocità? Nel 1989 andai al Cern di Ginevra a intervistare Carlo Rubbia per l’Europeo. Che titolo abbia dato il settimanale a quell’intervista non me lo ricordo, riprendeva però quello che il direttore di Pagina, Aldo Canale, aveva dato alcuni anni prima a una mia inchiesta sulla pericolosità della Scienza tecnologicamente applicata: “Scienza amara”. Rubbia all’inizio era molto infastidito. Scienziato, positivista, illuminista gli sembrava inconcepibile, addirittura irriguardoso, che si ponessero dei dubbi sulla Scienza. Mi bollò come “apocalittico” e, dopo cinque minuti, voleva già liquidarmi. Finché io, a mia volta spazientito, gli dissi: “Professor Rubbia lei è un fisico e le pongo una domanda per la quale vorrei una risposta da fisico: non è che andando a questa velocità noi stiamo accorciando il nostro futuro?”. “Ah, ma lei è un filosofo” disse Rubbia che così cadde completamente nella mia considerazione. Però cambiò il suo atteggiamento. Disse: “Capisco la sua angoscia. Noi siamo su un treno che va a mille chilometri l’ora e che per sua coerenza interna deve aumentare continuamente la sua velocità. Ai comandi non c’è nessuno o se c’è si illude di averli sottocontrollo. E non sappiamo nemmeno se abbiamo superato ‘il punto di non ritorno’. Se cioè sia ormai troppo tardi per invertire la rotta e scongiurare l’inevitabile scontro con la montagna”.
 
 
Massimo Fini
 

domenica 18 febbraio 2018

"SCENEGGIATE" SIONISTE

 
Netanyahu recita a Monaco la sua “sceneggiata” teatrale

Netanyahu recita la sua “sceneggiata” a Monaco per dimostrare al mondo che l’Iran è l’aggressore ed il pericolo viene da Teheran

di Luciano Lago

Qualcuno avanza il dubbio che il premier israeliano Netanyahu debba aver avuto nella sua famiglia qualche antenato napoletano da cui deve aver mutuato l’inclinazione alle “sceneggiate”.
L’ultima di tali sceneggiate è stata quella in cui si è esibito a Monaco alla Conferenza sulla Sicurezza durante la quale il premier ha rivolto dure parole all’indirizzo dell’Iran . Il premier israeliano, brandendo un pezzo del drone iraniano abbattuto da Israele sul proprio territorio, la scorsa settimana, ha accusato Teheran di “seminare il terrore in Medio Oriente” ed ha tuonato: “Agiremo se necessario, non solo contro coloro che ci attaccano, ma contro l’Iran stesso”.


Inoltre Netanyahu, premier di un paese che ha sistematicamente aggredito i suoi vicini (dal Libano alla Siria) e che ne occupa i territori illegalmente, ha accusato l’Iran di voler “stabilire un impero dal Caspio al Mediterraneo”. Nel mezzo della sua esibizione teatrale, Netanyahu si è rivolto alla platea in cui era seduto lo stesso capo della diplomazia iraniana, Mohammad Javad Sharif e come un invasato ha gridato: “Non metteteci alla prova”.
ll frammento ostentato da Netanyahu sarebbe parte del drone militare lanciato dalla Siria verso il territorio israeliano. “Ecco un pezzo del drone iraniano, signor Zarif, lo riconosci? Dovresti… E’ tuo, riportatelo a casa”. E ha continuato rivolgendosi anche personalmente contro Zarif, accusandolo di “mentire in modo eloquente”. “Israele non permetterà al regime iraniano di mettere il cappio del terrore intorno al nostro collo”, ha detto il premier israeliano.
“E riporta a casa anche un messaggio: non bisogna mettere alla prova la determinazione di Israele”, ha proseguito con tono minaccioso.

Non è mancata la reazione pacata e ferma di Mohammad Zarif, il ministro degli Esteri iraniano il quale ha accusato Natanyahu di aver organizzato un “circo caricaturale” per aver presentato un pezzo di drone presunto iraniano caduto sul territorio israeliano. Lo stesso Zarif ha dichiarato che “le accuse farmeticanti di Netanyahu non meritano la dignità di una risposta”ed ha lamentato che alcuni stati approfittano di questi consessi internazionali per lanciare accuse infondate contro i loro vicini con l’obiettivo di creare il caos”.
Aerei israeliani in attacco
“Gli Stati Uniti ed i loro alleati stanno subendo le conseguenze delle loro decisioni sbagliate e non serve il sistema di provocare una isteria generale per copriere le loro responsabilità”, ha proseguito Zarif.
Un altro diplomatico iraniano presente al foro di Monaco ha indicato che la prossima volta avrebbe potuto portare alla riunione, a scelta, o un pezzo parte di missile di fabbricazione israeliana caduto sul territorio siriano colpendo obiettivi militari o civili della Siria, oppure un pezzo di bomba a frammentazione saudita caduta su obiettivi civili nello Yemen, dove queste bombe illegali hanno causato migliaia di vittime fra la popolazione civile. Questo per ripagare con la stessa moneta la “sceneggiata fatta dal premier israeliano.
M. Zarif ministro degli Esteri
Come ha dichiarato il ministro degli esteri iraniano Zarif, questo discorso di Netanyahu è niente altro che una caricatura considerando che Israle ha realizzato attacchi aerei continui sul territorio della Siria, ha minacciato ed invaso il Libano più volte e, in questo contesto accusa l’Iran di inviare un drone sul sui territori occupati (il Golan siriano) che è come quando un ladro accusa gli altri che lo stanno rubando e questo quando è noto che è Israele che cerca di dividere gli stati vicini per avere l’egemonia sulla regione, incluso appoggiando i gruppi terroristi.
Risulta evidente che Netanyahu cerca di distogliere l’opinione pubblica dalle aggressioni di Israele e, in particolare in questo momento, quando lo stesso Netanyahu è accusato di corruzione e viene richiesto di dare le dimissioni per lo scandalo in cui è coinvolto. Pertanto queste accuse contro l’Iran che provengono da Netanyahu mancano del tutto di credibilità.
Il primo atto della scena teatrale si è poi chiuso e sul consesso di Monaco è calato il sipario.

Fonte: https://www.controinformazione.info/netanyahu-recita-a-monaco-la-sua-sceneggiata-teatrale/